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Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2012

Venerdì, 17 Febbraio 2012 00:10

messaggio quaresima_2012

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri,

per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24)

 

Fratelli e sorelle,

la Quaresima ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l’aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E’ un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.

Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell’attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità personale.

1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.

Il primo elemento è l’invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein,che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell’occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l’apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).

L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.

Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna – elenchein – è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.

2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.

Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l’utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.

I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l’altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione:la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre»(1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l’elemosina – tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno – si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all’unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell’altro l’azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).

3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella santità.

Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L’attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell’amore e delle buone opere.

Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l’invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).

Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Fonte: www.vatican.va

Parole d’Autore a Pordenone 18 dic

Invito.pdf

 

Parole d’autore
Si scrive handicap
si legge cultura.

Domenica 18 dicembre 2011, ore 18.00
Ridotto del Teatro Verdi, Pordenone

Giornata Internazionale di Studi “America Latina: la violenza e il racconto”

Invito 22-11-2011

Il senso lato e latitante (Cristina Babino)

Non possono non piacermi queste poesie: trovo la poetica di Cristina Babino in sintonia con quella di Luca Ariano nel presentarci una realtà abilmente riassunta in particolari di valenza ipersimbolica che transitano con estrema velocità dall’individuale al sociale, dall’attimo al momento storico, dal mondano al rituale, dall’ironia alla denuncia di un modus vivendi precario: “i pensieri di Nadia / in successione // ordinati per data / di scadenza e tassi debitori”. (AR)
Maggio

Oggi il mese delle spose
è un mattino che fugge
a regola di calendario
promessa prima
vera di solstizio.

Conto chicchi di riso
sul sagrato cotto
nel palmo della mano

e di grano esatto
nei campi arrotolato

le auto corteo nuziale
secondo
rumore di trattore.

Di là dal guardavia
trascorrono veloci
ragazze dietro
sulle moto

già piccoli tedeschi
si fermano a bagnare
il ciglio della strada.

Tempi moderni

Officianti blu
in odore di officina
ministeri allineati
in liturgia operaia
quotidiana
reazione a catena
di montaggio.

Il turno rituale esausto
pronuncia la giornata
eppure gli anni
il livello e la mansione.

Sopra il nastro stretti
in logica metalmeccanica
i pensieri di Nadia
in successione

ordinati per data
di scadenza e tassi debitori

oppure per associazione
di idee e categoria
l’auto nuova
prima rata a settembre
il premio vinto -
dell’assicurazione.

La sirena non incanta
ma distrae
l’esercizio mentale
a un precariato stabile
nostalgia di scala mobile
in tempo di mobilità.

Dinamismi inerti
d’ingranaggio
sottraggono l’affanno
a ricercare
il senso lato e latitante

Il lavoro rende liberi.

L’eco del grazie

di Domenico Lombardini

la grazia ricevuta convince
del grazie dovuto: la bellezza
non sovrabbonda spesso;
quando è grande il grazie
non sfoga, non trova l’oggetto,
sprofonda in sidera et caelum

grazie che il corpo sia carne,
non costrutto di uomo. qualcosa
di impuro affiora, si nasce,
partorisce la voglia di migliorare;
al mondo sgravare il peso di perfettibilità

tra carne e terra una vertigine oscura;
qualcosa ci trattiene su questo limite,
in statica accelerazione, prescienti
di quel qualcosa, tra i sorrisi

non è che inautentico questo soffrire,
dolersi di cose oscure nuoce alla vita.
vedere gli oggetti, alla luce le mani
trapunte di vene gonfie – questo è dono

non torna l’eco del grazie, dal
vuoto piombato che annera
la vita, la ruggine dei giorni.
queste le scorie che immalinconiscono
i serafini, la convinzione inamovibile
che sia senz’altro e solo così

(in alto Apollo e Dafne del Bernini)

APPUNTI PER E DOPO FAENZA

di Massimo Sannelli

[15-21 aprile 2010]. i cani ad Atene sono molti e grandi, il loro sguardo è quasi umano, o forse troppo umano. adesso anche io ho chi voglio, come Isabella: posso dirlo? ho chi riempie e parla. quindi, in un certo senso: non ho bisogno di nulla. la collina delle Muse basta a chi cerca la pace, la cella di Socrate riceve ancora fiori, e anche noi ne abbiamo portati. dire mistica non significa nulla, e nei mistici la parola non c’è [e così una persona viva non ha sempre sulla bocca la parola vita]. dopo sei giorni non sono stanco e non sono a riposo. dopo Atene trovo una città barbara e moltissimo lavoro, nei campi diversi a cui mi sono dato: basta agire. ma la questione è qui: o sparisce l’io e io non prego nulla, o lavoro come un io che recita scrive traduce critica dirige. o una cosa o l’altra, e l’arte non può abbandonarsi del tutto: altrimenti non ci sarebbe scelta, e senza scelta non ci sarà più forma. la forma è un laccio volontario [nell'arte]. ma non me importa più molto, ora. in fondo sono sempre stato diretto da forze che non sono io: basta eseguire. quindi: la collina delle Muse basta, l’amica bella basta, i raggi sopra l’Acropoli bastano, una camera e la dignità, i gatti e i cani, i bambini che cercano occhi di padre [anche se non è il loro padre].

[2 aprile 2010]. nessuna metafora, nessun uomo o donna che sia chiamato ragno o rana; nessun emblema, nessun senhal, niente di niente. e il santo linguaggio, che fa? il linguaggio può NON essere santo: scappare dal ristorante! toccare i rifiuti e i cani sporchi! per il mio figlio adulto, che non è veramente mio figlio, ho perso la timidezza; per altri compagni di strada ho la voce piena di soffi, e sono timido [sono a disagio tra gli uomini, non li capisco; tra le donne posso stare bene]. né «ragni ripugnanti» (ma sono uomini) né reti (ma sono rapporti), né simboli (per dire semplicemente: tu mi piaci, io ti odio): ecco una liberazione felice. e da quanto mi mancava una liberazione? ho tolto dieci anni alla mia vita, una parte del lavoro svolto, tutta l’intelligenza, addio.

[14 marzo 2010]. l’affronto, l’affondo, e la vittoria in Margherita Porete: «io non prego nulla». lo stesso in Francesco, il santo Cecco o Ciccu umbro: «se il re di Francia e il re d’Inghilterra entrano nell’Ordine, quella non è perfetta letizia». la letizia non è nei rapporti col grande e il grosso, e Margherita dice: «io non ho bisogno di nessuno» [come Isabella ha detto, una notte: «io ho chi voglio». e nella stessa notte ha detto: «come fate voi poeti a riunirvi?». aveva ragione]. vedo bene che lo stile diventa più nervoso e rotto [non mi dispiace, perché non è più un problema], mentre cresce l’isolamento [il sesso, la secessione]. e del re di Francia, che cosa ci importa? e dei poteri, e dei rapporti? nulla, niente. hai mai abbracciato una donna? hai giocato con un cane? e chi l’ha fatto, può pensare ancora al resto?

[27 febbraio 2010] manca sempre qualcosa. questo è il dolore. hai un bel viso (dicono), ma non hai le spalle, non hai corpo. hai scritto molto, sei grande (dicono), ma non hai soldi. sei remissivo. sembri una donna. sei cattivo. sei inaffidabile. sei anche “un compendio di meschinità e di irriconoscenza”. hai la casa, ma non hai il riscaldamento. ogni tua parola crea un polverone. ora sono stanco di dare tutto, quando il tutto che posso dare è sempre poco: o ridotto (roba senza costo) o immateriale (cultura). manca sempre qualcosa alle mie operazioni, al mio corpo e alla mia persona. ora il corpo appare più libero che lirico, più sensuale che sensato: ora è un motore rotto! un tachimetro pazzo!, come il mese di marzo, un uomo giovane, con allucinazioni. in fondo – si sa, lo so – io non do sicurezza: è come se non ci fossi. questo è il dolore di oggi; poi no.

Su Il pasto di legno di Marina Minet

POETILANDIA, 2009

recensione di Vincenzo D’Alessio

La poetessa Maria Pina Ciancio mi ha donato la raccolta Il Pasto di legno di Marina Minet che ho letto non senza sofferta ricerca di una quiete impossibile. La raccolta comprende la produzione poetica dal 2003 al 2008 di un’anima in cerca di un dio che, panteisticamente, pervade tutta la materia del proprio universo conosciuto: “Ogni secchezza timbrica intonata / A pormi fertile variante / In discordanza” (pag. 26). Sono questi i versi dedicati a San Giovanni della Croce, all’inizio della raccolta, nella poesia Nozioni.
Il nocciolo duro dell’intera raccolta è nella poesia eponima posta a pag. 30. Un lungo racconto poetico in cui l’immagine di Alice (in un paese di meraviglie), incarnazione della figura semplice della poetessa, ripercorre le aspirazione di una infanzia articolata intorno al filo di un destino isolano, non pregno del profumo degli ulivi o del mirto, ma cupo di una necessità-rabbia dolente, che spinge a vivere secondo regole che disegnano: “Eroina colma in assolo accondisceso / Per non essere polpa; / Carne meditata al trancio” (pag. 35).
L’infanzia è l’isola che inchioda nei confini la grandezza di una poetica che anela a: “varcare confini / L’altra te” (pag. 35) e ancora si chiede: “A volte ti domandi se ancora occupi un corpo” (pag. 37). L’infanzia è il cammino intatto verso l’esistenza vera. Per un poeta l’infanzia è la trasfigurazione della bellezza interiore incarnata nella forza della Natura non avversa. Ed ecco la richiesta della bambina/madre: “Mamma, pensi che io sia bella?” (pag. 33). L’uso del vocativo, quale caso della declinazione, è rivolto a sé stessa e ad una madre impersonale, cosmica nella ricerca inevasa del compiacimento.
Madia, madre, im-pasto di legno, fertilità, duttilità, l’odio verso “schemi e procreatori”. Un mondo al femminile che non si piega a quello maschile prevalente. Una anoressia consapevole della mancanza del cibo perfetto, lontano dal contatto delle mani estranee all’impasto: “Hai visto il tuo corpo dentro un bicchiere / E ti sei amata / Come nessuno mai / Amerà figura astratta” (pag. 36). L’analogia tra il bicchiere, trasparente e capace di contenere il liquido vitale, e il corpo poetico che non troverà mai un amore capace di spingersi fino all’astrazione assoluta del bene.
Un monologo invocazione, alla voce di un vento onnipresente che spinge le vele di un’isola-nave sempre in viaggio, mai ferma. Come onnipresenti sono gli ossimori stridenti che rivelano la grandezza poetica intrisa della medesima voce di scrittori come Grazia Deledda, Gavino Ledda: “E il vento era complice / Di un battito sempre pronto allo stupore / Conservando nell’immortalità del suo passare / Odori cosparsi d’avvenire” (pag. 38). Una poetica dalla voce roca, per una poetessa piena di vita, che trova nella forza costruttrice del verso la liberazione nel fuoco della parola: “Si può essere olocausto di sé stessi?” (pag. 39).
Credo fermamente che la poesia della Minet trovi specchi profondi di identità con la poesia del continente, ma conservi una fragilità interiore che va letta alla luce di un dialogo che solo chi vive tra cielo e  mare può realizzare: “(Alice, guarda il cielo / Cercando d’afferrare il vento di nascosto; /  E lui a sorriderle / Inventa / L’impossibile)” (pag. 40). Il lettore resta stupito di fronte a tanta forza poetica. Fatica a seguire “la lingua arida” dei versi nel lungo cammino della lettura. Alla fine giunge alla consapevolezza, provvisoria, che Alice/Elisa  è alla ricerca “della sovrana verità” dove ciascuno di noi vorrebbe posare i dolori, le ombre, il desiderio di infinito, che ci abita dentro.
“Ruvida luna – appesa al tetto – si nega fra le stelle la dimora; e a saperla carne / immobile le ruba impallidita l’innocenza” (pag. 66). Nell’intera raccolta palpita una forza di vita che, come legno si modella, che come legno contiene e rinnova la vita umana, che come ciocco di lana si lascia filare al fuso del tempo alla ricerca: “Del nulla che rimane da scontare” (pag. 120). Un pasto ineluttabile che: “Del vivere s’apprende il tempo / La sabbia che scivola a svoltare / Sul dopo che arriva troppo presto” (pag. 132).

 Giugno 2010                                   

 

Convegno internazionale “Anterem”

“Anterem” invita gli appassionati di poesia, filosofia, teatro, musica agli eventi conclusivi del
convegno internazionale

PAROLA PER PAROLA


Biblioteca Civica di Verona


Sabato 19 novembre, ore 10.00
Incontro con Franco Rella
vincitore del Premio speciale della Giuria “Opere scelte”  Lorenzo Montano.
Gli studenti del Liceo scientifico Fracastoro mettono in scena la sua pièce
teatrale Vigilia rationis. Intervento critico di Susanna Mati.

Sabato 19 novembre, ore 15.00
Poesia a teatro
Jana Balkan e Isabella Caserta del Teatro Scientifico leggono poesie
di Ingeborg Bachmann, Yves Bonnefoy, Paul Celan, Edmond Jabès,
Silvano Martini, Andrea Zanzotto, Osip Mandel’štam, Arthur Rimbaud,
Marina Cvetaeva, Friedrich Hölderlin

Sabato 19 novembre, ore 18.00
I vincitori del Premio Lorenzo Montano
Premiazione di Mariangela Guàtteri per “Raccolta inedita”;
Paolo Donini per “Opera edita”; Giovanni Infelìse per “Una poesia inedita”;
Tiziano Salari per “Una prosa inedita”.

Domenica 20 novembre, ore 11.00
Poesia in Concerto
Concerto a cura del Conservatorio “Bonporti” di Trento/Riva del Garda.
Musiche originali dei compositori Flavio Carlotti, Luca Borgonovi ,
Raffaele De Giacometti, Loris Sovernigo, Michele Callà, Fabio Conti,
Damiano Simoncelli, Raul Masu, Valentina Massetti.

Per ulteriori informazioni su ogni singolo evento
e per prendere visione del programma completo,
che prevede altre importanti occasioni di incontro:
www.anteremedizioni.it

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