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Su Il pasto di legno di Marina Minet

POETILANDIA, 2009

recensione di Vincenzo D’Alessio

La poetessa Maria Pina Ciancio mi ha donato la raccolta Il Pasto di legno di Marina Minet che ho letto non senza sofferta ricerca di una quiete impossibile. La raccolta comprende la produzione poetica dal 2003 al 2008 di un’anima in cerca di un dio che, panteisticamente, pervade tutta la materia del proprio universo conosciuto: “Ogni secchezza timbrica intonata / A pormi fertile variante / In discordanza” (pag. 26). Sono questi i versi dedicati a San Giovanni della Croce, all’inizio della raccolta, nella poesia Nozioni.
Il nocciolo duro dell’intera raccolta è nella poesia eponima posta a pag. 30. Un lungo racconto poetico in cui l’immagine di Alice (in un paese di meraviglie), incarnazione della figura semplice della poetessa, ripercorre le aspirazione di una infanzia articolata intorno al filo di un destino isolano, non pregno del profumo degli ulivi o del mirto, ma cupo di una necessità-rabbia dolente, che spinge a vivere secondo regole che disegnano: “Eroina colma in assolo accondisceso / Per non essere polpa; / Carne meditata al trancio” (pag. 35).
L’infanzia è l’isola che inchioda nei confini la grandezza di una poetica che anela a: “varcare confini / L’altra te” (pag. 35) e ancora si chiede: “A volte ti domandi se ancora occupi un corpo” (pag. 37). L’infanzia è il cammino intatto verso l’esistenza vera. Per un poeta l’infanzia è la trasfigurazione della bellezza interiore incarnata nella forza della Natura non avversa. Ed ecco la richiesta della bambina/madre: “Mamma, pensi che io sia bella?” (pag. 33). L’uso del vocativo, quale caso della declinazione, è rivolto a sé stessa e ad una madre impersonale, cosmica nella ricerca inevasa del compiacimento.
Madia, madre, im-pasto di legno, fertilità, duttilità, l’odio verso “schemi e procreatori”. Un mondo al femminile che non si piega a quello maschile prevalente. Una anoressia consapevole della mancanza del cibo perfetto, lontano dal contatto delle mani estranee all’impasto: “Hai visto il tuo corpo dentro un bicchiere / E ti sei amata / Come nessuno mai / Amerà figura astratta” (pag. 36). L’analogia tra il bicchiere, trasparente e capace di contenere il liquido vitale, e il corpo poetico che non troverà mai un amore capace di spingersi fino all’astrazione assoluta del bene.
Un monologo invocazione, alla voce di un vento onnipresente che spinge le vele di un’isola-nave sempre in viaggio, mai ferma. Come onnipresenti sono gli ossimori stridenti che rivelano la grandezza poetica intrisa della medesima voce di scrittori come Grazia Deledda, Gavino Ledda: “E il vento era complice / Di un battito sempre pronto allo stupore / Conservando nell’immortalità del suo passare / Odori cosparsi d’avvenire” (pag. 38). Una poetica dalla voce roca, per una poetessa piena di vita, che trova nella forza costruttrice del verso la liberazione nel fuoco della parola: “Si può essere olocausto di sé stessi?” (pag. 39).
Credo fermamente che la poesia della Minet trovi specchi profondi di identità con la poesia del continente, ma conservi una fragilità interiore che va letta alla luce di un dialogo che solo chi vive tra cielo e  mare può realizzare: “(Alice, guarda il cielo / Cercando d’afferrare il vento di nascosto; /  E lui a sorriderle / Inventa / L’impossibile)” (pag. 40). Il lettore resta stupito di fronte a tanta forza poetica. Fatica a seguire “la lingua arida” dei versi nel lungo cammino della lettura. Alla fine giunge alla consapevolezza, provvisoria, che Alice/Elisa  è alla ricerca “della sovrana verità” dove ciascuno di noi vorrebbe posare i dolori, le ombre, il desiderio di infinito, che ci abita dentro.
“Ruvida luna – appesa al tetto – si nega fra le stelle la dimora; e a saperla carne / immobile le ruba impallidita l’innocenza” (pag. 66). Nell’intera raccolta palpita una forza di vita che, come legno si modella, che come legno contiene e rinnova la vita umana, che come ciocco di lana si lascia filare al fuso del tempo alla ricerca: “Del nulla che rimane da scontare” (pag. 120). Un pasto ineluttabile che: “Del vivere s’apprende il tempo / La sabbia che scivola a svoltare / Sul dopo che arriva troppo presto” (pag. 132).

 Giugno 2010                                   

 

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